“Il traffico degli invisibili” raccontato in un libro di Desirée Pangerc, l’intervista

La Repubblica

 

di Alberto Samonà

A causa della sua importante posizione geografica, l’Italia rappresenta uno tra i confini più facilmente attraversabili per i flussi di immigrati clandestini e trafficati. L’antropologa Desirée Pangerc decide alcuni anni fa di ripercorrere all’incontrario una delle rotte principali di questo mercato illegale, quella che passa attraverso il cuore dei Balcani e approda in Italia tramite la porta verso Oriente, il Friuli Venezia Giulia. Il viaggio la conduce attraverso Slovenia, Croazia fino a portarla in Bosnia Erzegovina. Qui la ricercatrice si ferma due anni, sia per condurre il proprio fieldwork che per prestare servizio presso l’Ambasciata Italiana di Sarajevo in qualità di Programme Officer. La Bosnia Erzegovina viene difatti scelta perché si configura come caso-studio estremamente complesso, con fattispecie criminali davvero singolari.

“Il traffico degli invisibili – Migrazioni illegali lungo le rotte balcaniche” di Desirée Pangerc (Bonanno Editore) affronta i fenomeni del commercio di esseri umani e del contrabbando di clandestini e lo fa mediante un approccio multidisciplinare che spazia dall’antropologia all’epistemologia della complessità, passando per le teorie sociologiche, psicologiche e giuridiche connesse alla tematica affrontata.

Dottoressa Pangerc, il suo è un libro che va ben al di là delle problematiche superficiali, affrontate dai mass-media, che si limitano ad evidenziare il fenomeno degli sbarchi a Lampedusa e in Sicilia.

“Spesso si parla, in effetti, solamente delle rotte marittime che dalle coste del Nord Africa si dirigono verso quelle dell’Italia meridionale: i barconi di migranti sono un’immagine nota e che fa scalpore a livello mediatico. Diversamente, non si sente quasi mai nominare il flusso di irregolari che arrivano nel nostro Paese via terra. Vivendo in Friuli Venezia Giulia e approfondendo la realtà locale, invece, ci si rende ben conto di quest’altra dimensione del fenomeno migratorio: questo è il motivo per il quale ho deciso di analizzare le rotte di trafficati e clandestini che attraverso i Balcani varcano il confine definito, negli anni Novanta, il ‘confine colabrodo’.”

“Da allora, la stampa e gli altri mezzi d’informazione si sono poco concentrati sulla questione migratoria della mia regione questo perché il flusso è certamente diminuito, grazie alle abili operazioni delle Procure, ma non si è arrestato. Ho scelto per questa ragione come titolo della mia monografia Il traffico degli invisibili: i contrabbandati e i trafficati lungo la direttrice terrestre non fanno notizia. L’invisibilità cui mi riferisco è quella, inoltre, che deriva dalle constatazioni psico-sociali cui sono approdata relative allo status di ‘vittima’ e alle conseguenti questioni relative all’assistenza e alla prevenzione, soprattutto per quanto riguarda i trafficati. Un’altra invisibilità, o sarebbe meglio definirla assenza, si riscontra notando che la direttrice non pare toccare la Bosnia Erzegovina, uno degli Stati cosiddetti ‘deboli’ del contesto balcanico: nel mio libro spiego il perché di questa apparente assenza del fenomeno nel Paese, sottolineando un aspetto della tratta ancor più difficile da investigare, ovvero quello del traffico che si svolge all’interno dei confini nazionali”.

Quali sono le proporzioni di questo fenomeno? E si può ancora parlare di fenomeno o è divenuta una costante?

“Dal punto di vista antropologico, l’analisi meramente quantitativa è da considerarsi assolutamente parziale, in quanto i numeri a nostra disposizione sono solo quelli forniti dagli immigrati individuati dalle Forze di Polizia oppure da chi si riesce a slegare dalle maglie della criminalità organizzata si rivolge alle ONG che si occupano dell’assistenza alle vittime. Di fatto, se proviamo a confrontare i dati forniti dai diversi rapporti prodotti da organizzazioni internazionali, procure o altri enti che focalizzano il proprio operato sulle migrazioni irregolari, ci troviamo di fronte a cifre diverse, a statistiche contrastanti. Gli stessi operatori giudiziari e sociali dei Paesi balcanici ammettono di essere in grado di contrastare solamente la punta di un iceberg: data l’efficienza delle strutture criminali che gestiscono questi flussi e l’elevato tasso di corruzione presente nelle istituzioni dei Paesi di transito, il fenomeno rimane sommerso”.

“Secondo alcune indicazioni fornitemi dal Segretariato della PCC-SEE (Police Cooperation Convention for the South-Eastern Europe), organismo che coordina la formazione e le attività delle Polizie di Frontiera di tutta l’area balcanica con sede in Slovenia a Lubiana, si contano più o meno cento ingressi illegali al giorno: proviamo a moltiplicare questo numero per un anno e ci troviamo davanti a un numero davvero consistente, per quanto parziale. Nonostante questo e nonostante la gravità del reato di riduzione in schiavitù e di contrabbando di persone, pochi ne parlano e la società civile non si sente direttamente coinvolta”.

Il 1 luglio scorso la frontiera dell’Unione europea si è spinta a est, con l’ingresso della Croazia. Come crede che questo processo di integrazione possa cambiare la situazione?

“Innanzitutto, non si può negare che, rispetto ai parametri richiesti dall’Unione Europea, l’inclusione della Croazia risulta piuttosto forzata, tanto che alcuni esperti dell’area hanno cinicamente giudicato questo ingresso come una mossa prettamente economica, legata all’allargamento del mercato europeo. Vero è che nel Paese sussistono diversi problemi insoluti relativi alla tutela dei diritti umani, senza parlare della sua instabilità politica ed economica. Tra l’altro non dimentichiamo che una buona parte dei flussi che arriva in e transita attraverso la Croazia, segue la direttrice che parte dalla Grecia, Paese già membro dell’Unione Europea, e da lì passa attraverso la Repubblica di Macedonia e la Serbia; quindi, dalla Croazia, la rotta continua attraverso la Slovenia verso l’Italia”.

“La connivenza tra organizzazioni criminali e settori delle Forze dell’ordine e delle classi politiche dell’area balcanica è stretta, per cui ogni genere di traffico illegale (persone, armi, droga, etc.) vi passa quasi indisturbato. Non ritengo pertanto che l’entrata della Croazia cambi la situazione e questo lo dico in base alla mia esperienza sul campo. I Balcani si configurano come un punto di convoglio di rotte che provengono non solo dall’est Europa ma anche da Afghanistan, Iran e Turchia… e ora, pure dal Nord Africa. Inoltre, la struttura flessibile delle organizzazioni criminali coinvolte nella gestione dei flussi irregolari consente alle mafie di cooperare in modo snello e veloce. Purtroppo la cooperazione giudiziaria agisce in maniera decisamente più lenta”.

 

L’Europa ha in questo responsabilità precise?

“L’errore che si continua a commettere è quello di considerare l’allargamento a est dell’Ue unicamente come potenzialità di espansione del mercato. Tale priorità economica trascura le condizioni socio-culturali che condizionano questi Paesi e ne minano la stabilità. Quando si parla di Balcani non si può pensare ad un unicum: dunque, anzitutto è necessario analizzare i Paesi dell’area singolarmente e per quella che è la loro struttura socio-politica attuale. Per effettuare tale analisi, è fondamentale utilizzare una metodologia antropologica, ovvero andare in loco e assumere il punto di vista dell’attore sociale locale; partire da un approccio bottom-up, proprio delle scienze sociali, e non top-down. Il fatto che il traffico di esseri umani sia considerato un mercato illecito è significativo: mercato perché consiste in un rapporto tra domanda (di emigrazione) e offerta (di immigrazione), entrambi illegali. Infatti, inizialmente, il rapporto tra il migrante e l’organizzazione criminale che ne gestisce il trasporto è, in numerosi casi, consensuale; ovviamente questa consensualità è provvisoria e apparente, visto che sono gli sfruttatori a dettare le regole. I criminali detengono i documenti del migrante, possiedono informazioni, conoscono i territori: bisogna insistere su questa asimmetria relazionale per sensibilizzare la società civile dei Paesi d’origine dei flussi”.

“Bisogna spiegare alle possibili vittime della criminalità transnazionale i pericoli cui vanno incontro: durante le mie interviste, dei contrabbandati mi hanno raccontato come alcuni loro compagni di viaggio siano stati brutalmente ammazzati semplicemente perché non mantenevano il passo durante i tragitti a piedi. Altri non vengono liberati; altri ancora vengono lasciati in Paesi diversi rispetto alla destinazione per cui hanno pagato; alcuni rimangono intrappolati nelle maglie del traffico d’organi.”

Un libro, il suo, che tratta anche molto di casi concreti. Si confronta con la realtà dei fatti e non si limita alla “teoria”.

“Le operazioni delle Procure italiane e balcaniche hanno ottenuto dei risultati eccezionali: all’interno del mio libro sono riportate solo alcune delle operazioni di contrasto con esito favorevole, tra cui la famosa ‘Oriente 1’ – operazione che è riuscita a smantellare una struttura criminale formata dalla collaborazione tra la mafia cinese e quella croata, responsabile dell’introduzione in Italia di circa 5000 clandestini cinesi in 9 mesi. Ma accanto al livello repressivo, bisogna sicuramente adottare delle misure preventive e non basta certo aggiornare le statistiche o introdurre nuove leggi. Le statistiche, come ho già detto, sono poco affidabili; le leggi ci sono e sono ottime, sia in Italia che in tutti i Paesi balcanici, i quali hanno firmato Convenzioni internazionali, introdotto all’interno dei propri codici penali il riduzione in schiavitù, hanno predisposto Strategie, creato uffici specializzati e coinvolto le ONG locali. Eppure non basta: i sentieri del traffico passano attraverso confini porosi che non possono essere continuamente sorvegliati lungo tutto il loro perimetro. Sono appena rientrata da un periodo di ricerca nella Repubblica di Macedonia/FYROM e proprio l’osservazione della configurazione geografica del Paese (come quella della Bosnia Erzegovina o del Montenegro, etc.) porta a realizzare come sia praticamente impossibile monitorare tutta la zona confinaria. Ecco perché occorre agire anche e soprattutto a livello preventivo, formare la polizia locale, coinvolgere e sensibilizzare tutta la società civile. Fra l’altro, visto che parliamo di un crimine transnazionale, è chiaro che la responsabilità nelle azioni di contrasto e di prevenzione sia internazionale”.

“Purtroppo, la Comunità Internazionale si basa troppo spesso su criteri statistici, per cui se le statistiche rilevano una diminuzione del traffico, si riduce lo stato di allerta. Peccato che le statistiche non rivelino la diminuzione del traffico, ma semplicemente la diminuzione dei criminali arrestati o delle vittime recuperate. Per fare un esempio: il Trafficking in Persons Report , rapporto annuale prodotto dal Dipartimento di Stato americano l’anno scorso aveva ‘promosso’ tutti i Paesi della regione al I livello, quello in cui sono elencati tutti i Paesi che hanno soddisfatto completamente la richiesta di introduzione di nuove normative e hanno prodotto sforzi tali da ridurre significativamente i dati di flussi irregolari in entrata e in uscita. Chi sta sul campo, invece, si rende ben conto che non è possibile utilizzare solo questi strumenti di valutazione”.

“Come ho anticipato, la Bosnia Erzegovina era già nel 2008 considerata una realtà virtuosa, secondo le statistiche e per la legislazione adottata: eppure il traffico di persone non era stato sradicato, semplicemente le organizzazioni criminali avevano cambiato modus operandi e riuscivano a eludere i controlli perché avevano creato un mercato di donne e minori che continuavano a essere venduti, comprati e sfruttati sempre all’interno dei confini del Paese, nei piccoli centri e non più nelle grandi città”.

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