Imprenditori o caporali? La linea sottile dello sfruttamento

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Nell’Agro Pontino la comunità indiana, in un fittizio rispetto della legge, viene impiegata nei campi con paghe irrisorie e orari massacranti

Carmine Gazzanni

Siamo a Pontinia, piccola cittadina di soli 15 mila abitanti, a metà strada tra Latina e Sabaudia. Qui si vive principalmente di agricoltura, grazie alla presenza di vasti terreni fertili e all’abbondante disponibilità di acqua. Due risorse preziose, che hanno reso l’area dell’Agro Pontino molto appetibile per le grandi cooperative e aziende dedite alla produzione di prodotti agricoli e alla vendita su larga scala. Qui vive anche K. Ha lasciato la regione del Punjab, nel nordovest dell’India, ormai diversi anni fa. «Nell’azienda del mio padrone – racconta – lavoro con altri due indiani. Lavoro tutti i giorni, anche la domenica».

I ritmi sono infernali: «Mi alzo la mattina alle sei e vado in campagna fino alle dodici. Poi ho un’ora di riposo per mangiare e riposare». Dopodiché si riprende, «dall’una fino alle sette di sera, specie in estate perché c’è più luce». Ma non è finita qui. Perché in tempo di raccolta bisogna preparare le cassette che poi, comodamente, viaggeranno oltre i confini per deliziare le famiglie francesi o tedesche. E allora, «alla sera, con altri indiani, andiamo a preparare tutto nei capannoni. Dalle otto di sera fino a mezzanotte. In estate è sempre così: tre turni, tutti i giorni. In tutto sono 15 ore, spesso anche 18». Per un guadagno, racconta ancora K., di mille euro. Però «il padrone non paga sempre. Spesso ci dice di aspettare, di avere pazienza, ma noi non possiamo lamentarci, dobbiamo continuare a lavorare altrimenti ci licenzia. Ma così non va bene: il nostro padrone ci riduce in schiavitù». …leggi

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