Le bianche cacciano le nere nuove regole nel racket del sesso a Bari

La Gazzetta del Mezzogiorno

 

di GIANLUIGI DE VITO 

I numeri sono al ribasso. Eppure tolgono il fiato. Ottanta, centomila, le schiave e gli schiavi del sesso in Italia. Ventimila le nigeriane vittime di tratta. Più di duemila le schiave del sesso in Puglia, almeno trecento a Bari. Parliamo di uomini, donne, transessuali, minorenni che non sono sex workers, lavoratrici o lavoratori del sesso: non fanno una scelta libera, né si tratta di un lavoro che come tale è corredato di diritti. Parliamo piuttosto di «prostituite/i». E per la maggior parte si tratta di prigioniere di organizzazioni piramidali, e internazionali, con forti legami con la mala di casa nostra. È la prostituzione di strada la piaga più visibile. Coinvolge per la maggior parte, con modalità e sistemi diversi, nigeriane e romene. Le prime schiavizzate e sfruttate dalla mafia nigeriana; le seconde da clan romeni all’interno dei quali, anche qui a Bari, la presenza rom sembra avere un ruolo chiave.

Gli unici numeri a disposizione sono quelli dati dalle associazioni antitratta finanziate dalla Regione attraverso il progetto «Città invisibili»: «Oasi 2 San Francesco di Trani», «Micaela» di Adelfia, «Giraffa» e Caps di Bari. Sono sette anni che il progetto è in piedi e cha fin qui ha consentito di spezzare le catene dello sfruttamento sessuale a 36 prostituite. I contatti censiti con le vittime di sfruttamento sessuale sono stati 2.180: 774 vittime di sfruttamento lavorativo, 273 persone gravemente indigenti, 139 persone coinvolte in economie illegali e 71 in accattonaggio.
Dati che fotografano appena la realtà. Operatori e forze dell’ordine parlano di almeno duecento, trecento prostituite, tra romene e nigeriane che ogni giorno sono costrette e vendere il corpo lungo le strade dell’hinterland barese e dei grossi centri della provincia, da Monopoli a Corato e Ruvo, passando per la Murgia. Di nuovo nella piaga del fenomeno c’è che ogni giorno le «bianche» spodestano le «nere». Romene ed ex jugoslave occupano le strade più redditizie, come la bretella di collegamento della Adelfia-Rutigliano, perpendicolare alla statale «100», e le complanari Japigia-Torre a Mare dove si segnala anche la presenza maschile: africani prostituiti. Di più.

Nelle ultime settimane, a sera inoltrata, le bianche si sono spinte fino a Picone (piazza Giulio Cesare) e alla stazione. Le nigeriane rimangono polverizzate fuori città. Tre azioni investigative hanno tolto definitivamente il coperchio sull’inferno delle tratta in città: una sezione del Tribunale (presidente Clelia Galantino) ha condannato sette nigeriane e tre italiani, premiando un lavoro di denuncia che proprio l’associazione Giraffa ha coltivato per anni: la riduzione in schiavitù ai fini dello sfruttamento sessuale è messa in atto da u n’organizzazione che incatena a maglie grosse complici insospettabili, metodi tribali e connivenze. L’inchiesta «Mare Calmo» ha svelato aborti procurati.

Alla luce pure l’esistenza di pseudo-stregoni della medicina che praticano mutilazioni sessuali (circoncisioni ed escissioni): ci è scappato il morto (un neonato) e l’orrore è venuto a galla. Fin qui le manette e le condanne.

Il problema resta, prende forme che inquietano. Anche perché non è robusto il tessuto condiviso su cui innestare interventi di prevenzione e di contrasto. Le associazioni sono le stesse e ridotte allo stremo. L’unità di strada di «Micaela» s’è ritirata ai box. Lo stesso quella di «Volti d’Ebano» a Bitonto. Perché andare per strada è dura. E serve a poco.

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