Le migranti e la prostituzione. Così gli sfruttatori le controllano

La Gazzetta di Mantova

Dall’Africa senza riuscire a smarcarsi dalle organizzazioni criminali tra bugie, minacce e voodoo.
Controlli difficili, fino all’addio ai centri di accoglienza: «A Canneto ne sparirono nove in una
notte» di Gabriele De Stefani
MANTOVA. Se ne vedono pochissime in giro. Non solo perché effettivamente le donne sono meno
del 20% dei quasi mille migranti ospitati nel Mantovano (se ne contano circa 160) per via della
minore libertà di movimento che hanno nel mondo africano. La drammatica ombra che si allunga su
di loro è quella della tratta della prostituzione. È un’ombra che non le abbandona nemmeno dopo
migliaia di chilometri, al termine di viaggi in condizioni disperate sui barconi: i loro protettori – o
gli sponsor, come vengono chiamati – costruiscono in Africa catene talmente robuste da non
spezzarsi con la distanza e con percorsi che dovrebbero far perdere i contatti.
E così negli alloggi che ospitano le donne migranti le regole sono più rigide: orari di uscita limitati,
in alcuni casi sorveglianza 24 ore su 24 e maggiore necessità di controllo da parte delle cooperative.
I cui tentativi di mettere un freno rischiano però di rivelarsi sterili: non si può vietare ad alcuno di
allontanarsi dai centri di accoglienza e – stima Ughetta Gaiozzi, presidente della leader Olinda –
una migrante su cinque lascia le strutture per andare per la sua strada. Che raramente è una bella
strada.
CHI SONO. Se l’età della maggior parte degli uomini migranti è tra i 16 e i 40 anni, le donne sono quasi
tutte più giovani: raramente si va oltre i 26-27 anni e, altro segnale, è difficile trovarne con difetti fisici.
Molte arrivano insieme ai mariti e questi sono di solito i casi che lasciano più tranquilli prefettura e gestori
(che in ogni caso devono vigilare, perché spesso il matrimonio è una bugia raccontata per favorire l’ingresso
e il sedicente marito è il protettore o comunque una figura legata agli sfruttatori). Leggi…

 

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