Puglia, le testimonianze delle braccianti italiane sfruttate

Lettera43

Orari disumani. Paghe da fame. Ricatti da parte delle caporali. Due braccianti pugliesi raccontano a L43 la loro vita, tra campi e magazzini.

 di Francesca Buonfiglioli

Anna (il nome è di fantasia) ha 36 anni e due figlie. Lavora nei campi pugliesi da quando ne aveva 14. E ha un solo desiderio: non fare vedere mai alle sue bambine la campagna. Perché la campagna «è bruttissima».
«LE MIE FIGLIE SI MERITANO UNA VITA DIVERSA». Anna sa che il suo lavoro è la bracciante: dalle fragole di primavera all’uva di ottobre, passa la sua vita nei campi e nei magazzini, dove i prodotti sono stoccati.
«Ho sempre fatto questo, e questa resterà la mia vita», racconta a Lettera43.it. «Ma voglio un futuro diverso per le mie piccole perché non vivano quello che ho vissuto io, e non debbano seguirmi sui campi come mi ha costretto a fare mia madre».
E dire che lei si ritiene fortunata. «Molte mie colleghe sono sfruttate e si lamentano per i caporali», dice convinta.
Anna invece è dipendente di un’azienda, ha un contratto e guadagna 28 euro al giorno. Vero, la sua busta paga è più leggera di quella di un uomo, ma non si lamenta. Se non per il fatto che i suoi datori di lavoro, come spesso accade, dichiarano salari giornalieri più alti – 40, 41 euro – e meno giorni lavorati in modo da non incappare in qualche ispezione.
ISPEZIONATE SOLO IL 4,5% DELLE AZIENDE. Rischio che, in Puglia, è basso. Come ha spiegato Giuseppe Deleonardis, segretario regionale di Flai Cgil, nel 2014 i controlli sono stati 1.818 su 40 mila imprese. Nel 55% dei casi è stata denunciata una qualche inadempienza. E di questi l’80% era per lavoro nero….leggi

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