Foggia: Schiave del sesso lungo strade del foggiano. Tra violenza senza fine.

La Gazzetta del Mezzogiorno

 

COSIMO DAMATO

 

Da Via del campo di Genova e Via dei campi del tavoliere: via del campo è un vicolo alla periferia di Genova, una strada nei pressi del porto abitata da prostitute. De Andrè ne cantò la disperazione ma anche cogliendo un aura di poesia colta negli occhi degli ultimi: «Via del Campo c’è una bambina con le labbra color rugiada gli occhi grigi come la strada nascon fiori dove cammina. Via del Campo c’è una puttana gli occhi grandi color di foglia se di amarla ti vien la voglia basta prenderla per la mano». A Foggia non c’è il mare che lava via il dolore, c’è solo la terra arsa dal sole, i campi di grano come sole capovolto nascondono ferite e bruciano vite emarginate, il nuovo caporalato dei clandestini e delle prostitute dell’est e soprattutto africane che ogni notte percorrono la statale delle saline fino a Foggia, lunghe carovane della disperazione, vite precarie, dignità violate e dimenticate da Cristo. Qui, non c’è Don Gallo a salvarle, non c’è De Andrè a cantarle, c’è solo la malavita a sfruttarle ed i caporali sorveglianti.

Poi l’indifferenza di tutti, cosi può capitare che in una corsa in autobus che all’alba ti porta da Margherita di Savoia a San Giovanni Rotondo, capita che il viaggio verso il paradiso architettonico di Padre Pio, si trasforma in un viaggio verso l’inferno dello squallore e del dolore. La bocca del bambino si avvinghia al seno della madre come in una tela di Bouts Dieric, anche lei ha i capelli con lunghe treccine come la madonna del pittore fiammingo, ma lei non sorride, lei è figlia di un Dio minore, ha la pelle scura, scappata dall’odore di petrolio e sangue della Nigeria ora vive in un casolare nella campagna del Tavoliere, il suo latte è amaro, la sua purezza è violata da mille bocche mercenarie che pagano venti euro per divorare uno scampolo di sesso rubato fra le spighe di grano sulla statale delle Saline.

Non c’è neanche il mantello sporco della notte per coprire la vergogna e l’umiliazione, non c’è il rumore delle macchine sull’asfalto per coprire le urla delle violenze taciute di un supplizio immeritato, non c’è la luna a dare uno sprazzo di romanticismo a questo amore cannibale, al contrario tutto si consuma sotto la luce accecante del mattino. Dopo la poppata dell’alba c’è la strada, ma non ci sono i Clown di Fellini ma il fantasma di Santina di Elsa Morante.

Naomi (nome di fantasia) fa un viaggio fra i campi di grano che poi si rivelano capanne a cielo aperto dove allestire il banchetto sessuale per i clienti e ci sono proprio tutti: ragazzetti minorenni senza casco, in due sul motorino che vogliono svezzare i loro sedici anni con “le bambole nere” e poi le macchine blu, nere, scure, con uomini con occhiali scuri, uomini con coscienze scure. Tutto sembra invisibile, eppure il colore è scuro, sono così invisibili che nemmeno le forze dell’ordine si accorgono di loro, ma neanche i preti.

Naomi scende dall’autobus e raggiunge le altre compagne che sono già sulla strada dall’alba: la bottega è uno dei tanti casolari abbandonati, dimora dei laboratori di pomodori, ma l’odore di sesso è più forte della salsa, brucia di più, non va via, nemmeno sotto la doccia, anche perché le docce non ci sono, bisogna lavarsi in un catino di acqua rubata alla pioggia. Naomi ha in mano una busta. Al suo arrivo nei campi le compagne l’attendono come una dea per la vestizione, devono pur sorridere, hanno poco più di vent’anni, i loro denti sono trentadue perle bianche che commuovono, sono sorrisi senza suono, senza voce, sorrisi monchi, rassegnati.

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