Sudan, donne e uomini rapiti per il mercato degli esseri umani

La Repubblica

 

Avviene nel campo profughi di Shagarab, agglomerato disumano a 50 chilometri dal confine eritreo e 180 dalla capitale Khartoum. Di loro non si sa più nulla. Finite nelle mani dei trafficanti di esseri umani operativi dai confini settentrionali dell’Eritrea e dell’Etiopia fino al Sinai. Il loro futuro è segnato. Per liberarli chiedono riscatti di 35-40 mila dollari. Le donne destinate a matrimoni forzati o prostituzione

 

ROMA – L’ultimo caso è di pochi giorni fa: quattro giovani eritree rifugiate in Sudan sono state rapite all’interno del campo profughi di Shagarab, un agglomerato disumano a circa 50 chilometri dal confine eritreo e a circa 180 chilometri dalla capitale Khartoum. Di loro non si sa più nulla. Tutto lascia credere che, come centinaia, forse migliaia di altri ragazzi, siano finite nelle mani dei trafficanti di esseri umani. Di gruppi criminali i cui interessi e le cui basi operative vanno ormai dai confini settentrionali dell’Eritrea e dell’Etiopia fino al Sinai, alle soglie della frontiera con Israele. Il rapimento ha avuto luogo durante la notte e le prime ore del mattino del 22 gennaio scorso. I rifugiati del campo, che ospita 29.445 persone, avevano anche denunciato il sequestro di un uomo rifugiato la settimana precedente. La rabbia scatenata a causa di questi episodi ha portato alcuni rifugiati ad aggredire i membri di una delle tribù locali, ritenuti responsabili dei sequestri.

Una fonte per il mercato di uomini e donne.
 Proprio il campo di Shagarab dal quale sono sparite le quattro ragazze, anzi, è diventato una fonte inesauribile di rifornimento per il dilagante “mercato” di uomini e di donne. Anzi, forse la fonte principale, tanto da poter essere considerato una emergenza nell’ambito della già enorme, drammatica emergenza generale dei profughi e dei migranti che, in fuga dal Corno d’Africa, sono preda sempre più spesso di organizzazioni che sfruttano la loro disperazione, sequestrandoli e facendone degli schiavi.

Un futuro segnato.
 Una volta catturati, infatti, il loro futuro è segnato. Per liberarli i rapitori chiedono un riscatto enorme: negli ultimi mesi si è arrivati a 35-40 mila dollari, una cifra che equivale a più di una intera vita di lavoro nei paesi da cui provengono quei giovani, l’Eritrea soprattutto, ma anche l’Etiopia e la Somalia, dove il reddito medio non arriva a due dollari al giorno. Per chi non riesce a pagare non c’è scampo. Gli uomini sono venduti come braccia per il lavoro forzato a privati o ad aziende di pochi scrupoli. Per le donne va anche peggio: sono destinate a matrimoni forzati o, molto più spesso, al giro internazionale della prostituzione. Senza contare il rischio di finire nel mercato clandestino degli organi per i trapianti, offerti a pazienti di tutto il mondo da parte di cliniche compiacenti o che comunque non si fanno troppe domande sui “donatori”.

Le denunce sul centro di Shagaran. L’agenzia Habeshia di don Mussie Zerai, che si occupa in particolare dell’assistenza ai migranti eritrei e più in generale del Corno d’Africa, denuncia da anni questa situazione a Shagarab. Ora un dettagliato rapporto è stato presentato al Palazzo delle Nazioni di Ginevra anche da Melissa Fleming, portavoce del Commissariato dell’Onu per i rifugiati. Shagaran è uno dei centri di raccolta profughi più antichi e grandi del Sudan orientale. Aperto nel 1968 a breve distanza dal confine eritreo, ospita attualmente in tre diversi campi quasi 30 mila rifugiati: 29.445 secondo le ultime stime dell’Onu. Si tratta nella stragrande maggioranza di giovani, uomini e donne, con un buon livello di istruzione e che vedono nel Sudan solo un territorio di transito: il loro obiettivo è  raggiungere l’Europa o comunque l’Occidente, attraversando il Mediterraneo dal Nord Africa o il deserto del Sinai per passare la frontiera di Israele, considerato un avamposto europeo.

Quasi tutti perseguitati politici. Quasi tutti sono perseguitati politici oppure, specie gli eritrei, disertori o renitenti alla leva. Ragazzi, cioè, che vogliono sottrarsi al servizio militare imposto dal dittatore Isaias Afewerki e che dura in genere molto più dei 18 mesi previsti: spesso si protrae per anni e anni, fino all’età anziana, facendone dei coscritti a vita. Ma proprio questa loro ansia di fuga dalla guerra, dalle persecuzioni e dalla fame verso la libertà, i diritti civili e il futuro migliore che sperano di trovare in Occidente, li rende facili vittime dei trafficanti.

Il proliferare dei “passatori”. Ottenere un visto di espatrio dal Sudan è difficilissimo e richiede tempi molto lunghi. Anche nei casi più evidenti di persecuzione politica e di rischio della vita in caso di rimpatrio. Così, dopo anni di attesa nei campi di raccolta, si affidano sempre più spesso a “passatori” che promettono di accompagnarli a pagamento, un ticket che si aggira sui 5 mila dollari, fino in Libia e di lì in Europa oppure in Israele passando per il Sinai. Ma quelle guide sono in realtà legate a bande di predoni: prima di arrivare in vista del confine li prendono prigionieri e li cedono ai trafficanti di schiavi. Negli ultimi tempi, anzi, le organizzazioni criminali non aspettano neanche di essere contattate: sono i loro emissari ad avvicinare i profughi fin da quando varcano in fuga il confine sudanese oppure nei dintorni o addirittura all’interno del complesso di Shagarab. E chi non cede alle lusinghe dei “passatori” spesso viene rapito e preso in ostaggio. Da quel momento inizia un calvario senza fine. Una sorte che accomuna ormai migliaia di giovani.

Aumentate le sparizioni misteriose.
 Il rapporto del Commissariato dell’Onu a Ginevra segnala che negli ultimi mesi sono aumentate enormemente le sparizioni misteriose dal campo di Shagarab. “Alcuni di questi giovani scomparsi – denuncia Melissa Fleming – sono stati sequestrati, altri hanno pagato per essere contrabbandati in altri paesi. Per quelli rapiti viene chiesto un riscatto. Oppure sono consegnati a trafficanti che li avviano allo sfruttamento sessuale o al lavoro forzato. I più esposti al rischio di rapimento sono i rifugiati e i richiedenti asilo eritrei. Stando a numerose relazioni o interviste individuali, i principali responsabili dei sequestri e del traffico di esseri umani dal Sudan Orientale verso l’Egitto sono membri di tribù locali o del Sinai, in collaborazione con gang criminali”. Nel corso degli ultimi due anni e limitandosi soltanto agli eritrei, i dati dell’Onu parlano di 619 giovani scomparsi nel nulla da Shagarab. Di questi, ben 551 nel 2012, a conferma di una escalation impressionante del fenomeno. Senza contare i ragazzi di altre nazionalità e un numero indefinito, ma sicuramente molto elevato, si casi segnalati ma non confermati.

Si rischia il conflitto rifugiati-popolazione.
 La situazione è così grave che rischia di esplodere un conflitto aperto tra i rifugiati del campo e la popolazione locale. Dopo il rapimento delle quattro ragazze, seguito il giorno dopo da quello di un giovane, i profughi di Shagarab hanno dato l’assalto ad alcuni villaggi del circondario, accusando gli abitanti di essere complici o quanto meno conniventi dei trafficanti. Ne sono nati scontri sanguinosi, con numerosi feriti da entrambe le parti. A stento la polizia è riuscita a riprendere il controllo, ma la tensione è tale che la violenza rischia di esplodere di nuovo in ogni momento. La stessa polizia, anzi, viene contestata dai profughi, che l’accusano di non fare nulla o di non fare abbastanza per tenere lontano dai campi gli emissari dei trafficanti, lasciando loro campo libero in tutta l’area che va dal confine eritreo a Shagarab ma anche oltre, fino alla frontiera egiziana.

Il flusso dei profughi continua a crescere.
 Proprio per questo don Mussie Zerai ha chiesto più volte all’Unione Europea, all’Onu e, in definitiva, alla comunità internazionale, di farsi carico del problema, sollecitando un’azione più incisiva agli stati attraversati dalla tratta: il Sudan e il Sud Sudan, l’Egitto, Israele, la Libia. E di avviare un’inchiesta internazionale affidandola all’Interpol, in collaborazione con le varie polizie nazionali. Ma anche di aprire di più le porte della “fortezza Europa” ai rifugiati, ai richiedenti asilo e ai migranti. Con il moltiplicarsi delle guerre e delle persecuzioni nel Corno d’Africa e nell’Africa sub sahariana il flusso dei profughi continua a crescere. Il Sudan è da sempre una delle prime tappe di questo esodo. Quasi nessuno ne parla, ma nel paese e nell’intera regione si prospetta un’emergenza umanitaria ancora più drammatica di quella attuale. E il Sudan è più vicino di quanto si possa pensare: sono passati di lì quasi tutti i profughi sbarcati negli ultimi anni in Italia, dopo aver raggiunto fortunosamente la Libia e attraversato il Canale di Sicilia.

I matrimoni forzati. Anche gli operatori dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) nell’est del Sudan riferiscono che il numero di rapimenti e di sparizioni, attuati ai danni soprattutto di rifugiati eritrei, sono in aumento. Tali episodi, che avvengono all’interno e nelle zone circostanti i campi profughi, coinvolgerebbero le tribù che vivono nelle zone di confine. Nel corso degli ultimi due anni, anche il personale dell’UNHCR ha constatato la scomparsa di diverse persone nei campi profughi di Shagarab. Alcune di esse sono state rapite, mentre si ritiene che altre possano aver pagato delle somme ai trafficanti per andarsene dai campi. I rapimenti avvengono ai fini dell’ottenimento di un riscatto o della tratta di persone, destinate poi al matrimonio forzato, allo sfruttamento sessuale o al lavoro forzato.

Non ci sono cifre attendibili. Il fatto che il fenomeno abbia natura sia forzata che volontaria rende difficile ottenere cifre attendibili. Stando all’ufficio dell’UNHCR in Sudan, 619 persone si sono allontanate dai campi nel corso degli ultimi due anni, 551 delle quali nel 2012. Vi sarebbero inoltre altri casi non confermati. L’UNHCR sta collaborando con le autorità sudanesi, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni ed altre agenzie umanitarie al fine di far diminuire il rischio di rapimenti e sequestri nella zona. Il Governo del Sudan ha già schierato forze aggiuntive di polizia e l’UNHCR sta sostenendo le autorità negli sforzi volti a migliorare le condizioni generali di sicurezza. L’UNHCR sta fornendo anche assistenza psicosociale alle vittime di tratta e assistenza legale a coloro che vengono detenuti, cui vengono date informazioni sulle procedure giudiziarie ed dei quali si assicura il rilascio.

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